Il risultato è evidente: il populismo animalista vince a mani basse, complice il fallimento politico della governance venatoria. Quello andato in scena in una delle ultime audizioni alla Commissione Agricoltura della Camera è stato uno spettacolo crudo nei modi e ignorante nei termini. Chissà quanti avranno chiuso gli occhi e le orecchie per non guardare e non sentire. Eppure, the show must go on.
Fin dal principio, il confronto è apparso impari. Da un lato, le tesi animaliste e populiste di deputati più inclini alla provocazione che alla conoscenza tecnica; dall'altro, una sfilata di "poltronisti" che da anni rifiutano di delegare la rappresentanza della gestione faunistica a veri esperti del settore. Il mondo venatorio si presenta così, nudo e indifeso. Sembra di essere tornati al 1992 quando, insieme agli "amici" ambientalisti, fu scritta a quattro mani (o forse più) la legge più restrittiva e penalizzante che un cacciatore potesse subire. Sarà forse per questo che i presidenti delle associazioni venatorie sono apparsi subito attoniti, smarriti e increduli di fronte al duro attacco degli animalisti, capaci di azzerare ogni replica persino davanti alla provocazione di un deputato che chiedeva "la laurea in biologia per i cacciatori".
Lo streaming non perdona, così come non perdona l'analfabetismo comunicativo di molti vertici venatori. In fin dei conti, gli animalisti ci hanno sempre dipinti così: ignoranti, trogloditi, inetti e "sparatutto". Avrebbero potuto almeno concederci una carezza, vista la magnanimità con cui il nostro mondo ha condonato all'associazionismo ambientalista enormi responsabilità politiche e ideologiche. Prima fra tutte, i continui ricorsi contro i piani di eradicazione delle specie aliene, motivo per cui l'Italia si trova già sotto procedura d'infrazione.
Mentre una parte dei rappresentanti vaga ancora in estasi mistica per aver sentito nominare divinità esotiche come l'Ibis, scatta il delirio. C'è chi si lancia in una tragica iniziativa solitaria degna del miglior Fantozzi, alla ricerca spasmodica di una pace interiore e di una "fratellanza" con i colleghi.
Nel frattempo l’Ispra si barrica nei suoi uffici a confezionare la solita melassa statistica, mentre dietro le quinte i mercanti di fumo si sfregano già le mani. L'ultima trovata del marketing venatorio? Il "Cacciatore bio-regolatore". Un capolavoro di ipocrisia linguistica che, tradotto dal burocratese, significa una sola cosa: usare i privati come carne da macello per coprire il fallimento totale di una classe politica impotente, appaltando il lavoro sporco a costo zero.
Siamo CACCIATORI, non netturbini ecologici.

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