I dati sulla consistenza associativa delle Associazioni Venatorie riconosciute del Lazio tracciano un quadro chiaro e inequivocabile: il calo di consensi verso un’appartenenza gestionale ormai “vetusta” è significativo e si traduce in una rappresentatività venatoria sempre più debole, in un contesto socio-culturale in costante evoluzione
In linea generale, quando si presenta la scelta tra “decidere” o “far decidere”, tende a prevalere il principio di autorità. All’interno di ogni gruppo viene dunque individuato — o emerge spontaneamente, secondo dinamiche diverse — un leader incaricato di assumere le decisioni. Questo processo, tuttavia, porta spesso a privilegiare non la persona più saggia, ma quella ritenuta più temeraria. Non sorprende, quindi, che a perdere consensi, secondo i dati in nostro possesso, siano proprio quelle Associazioni Venatorie riconosciute che, negli anni, ricoprendo ruoli decisionali negli ATC laziali, hanno contribuito a determinarne il triste epilogo del commissariamento.
Il malcontento tra i cacciatori cresce ulteriormente a causa dell’assenza di un Piano Faunistico Regionale aggiornato, capace di rappresentare in modo realistico le diverse realtà territoriali.
Per questo motivo, come abbiamo più volte sottolineato, è indispensabile rivedere anche la gestione delle aree protette, riportandole alle percentuali previste dalla legge e adottando un modello di gestione della fauna selvatica che tenga realmente conto delle esigenze prioritarie per favorire una migliore convivenza con agricoltori, allevatori e tutte le attività legate alla cultura rurale.
Purtroppo, nonostante questo progressivo declino, le parole di un noto presidente nazionale — “Seppur delusi andiamo, scontenti ma non vinti...” — sembrano risuonare ancora tra una vasta parte del mondo venatorio, oggi attratta da miti inconsistenti e narrazioni che la costringono ad adattarsi a una quotidianità sempre più onerosa e tutt’altro che vantaggiosa.
Il malcontento tra i cacciatori cresce ulteriormente a causa dell’assenza di un Piano Faunistico Regionale aggiornato, capace di rappresentare in modo realistico le diverse realtà territoriali.
Per questo motivo, come abbiamo più volte sottolineato, è indispensabile rivedere anche la gestione delle aree protette, riportandole alle percentuali previste dalla legge e adottando un modello di gestione della fauna selvatica che tenga realmente conto delle esigenze prioritarie per favorire una migliore convivenza con agricoltori, allevatori e tutte le attività legate alla cultura rurale.
Purtroppo, nonostante questo progressivo declino, le parole di un noto presidente nazionale — “Seppur delusi andiamo, scontenti ma non vinti...” — sembrano risuonare ancora tra una vasta parte del mondo venatorio, oggi attratta da miti inconsistenti e narrazioni che la costringono ad adattarsi a una quotidianità sempre più onerosa e tutt’altro che vantaggiosa.
Il fallimento degli atc è oramai conclamato e la mancanza di gestione faunistica riduce la caccia al lumicino..Gli atc spendono la metà del loro bilancio in immissioni clientelari e sbagliate senza una strategia che aiuti a ricreare popolazioni stabili dalle quali cacciare selvatici veri.Il fallimento associativo si evince anche nell'opposizione alla filiera degli ungulati.da parte delle associazioni venatorie tutte.Un mondo di zombie vecchi e superati dai tempi,questo l'associazionismo venatorio che trascina nel baratro la caccia nel Lazio
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